Dimensione dei file e stampa

9 dicembre 2010

Sempre circa le foto ricordo che spesso parenti, amici ed altri invitati amano scattare durante le nozze ed i successivi festeggiamenti, un altro problema è che dopo, quando mi vengono a portare i files da stampare… ci sono anche quelli scattati con telefonini a bassissima risoluzione, o compatte di varie generazioni fa… insomma: mi arrivano files anche da 30Kbyte, da cui all’inizio mi viene richiesto un “innocente” 10×15 (il classico “formato cartolina”). Lo stampo, faccio il possibile per mascherare la scadente definizione con un briciolo di contrasto e di saturazione in più. Bene o male, una stampetta guardabile. Arriva il cliente, la vede, gli piace e… mi chiede un bell’ingrandimento “come quelli che fa per gli album degli sposi”.
Secondo voi, riesco a fargli capire che se il dettaglio non c’è, se i pixel che compongono l’immagine son così pochi che portando la foto a dimensione anche solo 20×25 vien fuori una scacchiera di pixeloni da giocarci sopra la partita di scacchi in costume di Marostica… macché.
Un fotografo di cerimonie di norma, se è un vero professionista, scatta le immagini in formato RAW – che sono molto più “pesanti” da memorizzare e gestire, ma permettono un’ottimizzazione fine dell’immagine impossibile con il classico JPG delle reflex amatoriali e delle compatte. Un RAW, oggi come oggi, può occupare tranquillamente anche 15-18 Megabyte, se non di più.
Fosse solo anche da 1 Mbyte, come un file da cui tipicamente ricavo le… fototessere, di foto da 30 K ne entrano oltre trenta… La morale? Come un tempo con la pellicola non potevate certo pretendere di ricavare un poster da un disgraziato (e un tempo diffusissimo) formato pocket 110 o ancor peggio Disc, parimenti si deve accettare l’idea che l’ingrandimento finale di una immagine dipenderà anche dalla “dimensione” di partenza della stessa. Un file da 3 Mb fornirà un 20×25 abbastanza accettabile, uno da 4-5 Mb sarà adeguato per una stampa da 20×30 ad anche 24×30 se il soggetto si presta. Per i poster… bé, se non sono soffusi ritratti di delicate fanciulle (magari le cugine della sposa, in gran lustro nel grande giorno), ci vuole qualcosa di più.

admin Senza categoria

…ma che avete da zoomare tanto?

22 novembre 2010

Una delle novità più rilevanti nel panorama fotoamatoriale, negli ultimissimi anni, è stata l’avvento di macchine fotografiche digitali che oltre alle tradizionali foto possono anche filmare. Cosa in sé possibile già anni fa, ma a risoluzioni molto modeste (il “classico” 640×480) perché le memory card su cui registrare costavano molto in relazione alla capacità. Ma oggi una SD da 4-8 gigabyte, dimensione un tempo considerata inarrivabile, costa solo qualche decina di euro; la velocità di trasmissione da macchina a scheda è andata di pari passo. Così se il tempo è bello mi capita sempre più di frequente di vedere, al di fuori della chiesa o della sala comunale dove si sono appena svolte le nozze, qualche invitato che si cimenta con brevi filmati per immortalare l’atmosfera concitata e festosa dopo l’uscita degli sposi. A volte anche in chiesa dove non di rado tendono a “impallarmi” le inquadrature, costringendomi a chiedere all’assistente di farli spostare, ma questa è un altra storia.
Come accadeva anche quando lo standard era la piccola telecamera 8 mm video o il successivo MiniDV, le stesse persone… capitano nel mio laboratorio per farsi montare e riversare su DVD i filmati che han girato quel giorno.
Una sofferenza… anche se non è una novità, perché certe cose accadevano anche al tempo delle cineprese “superotto” con zoom. Intanto, il cineamatore non fa filmati. Fa… fotografie tremolanti che durano qualche secondo. Della sposa, di qualche invitato, di qualche nipotino (sempre ripreso rigorosamente dall’alto in basso, in modo da farlo sembrare un nanetto col testone). Poi stacca. Un’altra inquadratura su un altra cosa, sempre un po’ ballonzolante, due-tre secondi e stacco. Il montaggio rischia di anticiparmi l’eventuale Parkinson.
E poi zooma, zooma tutto il tempo. Non è che pensa una scena, si prepara la macchinetta con la focale “giusta” per l’inquadratura e poi inizia la ripresa, che dovrebbe durare non meno di una decina di secondi sino allo stacco successivo, al limite concludendola “stringendo” su un dettaglio. Inizia una carrellata su qualcosa, poi si ferma su un particolare, zoooma all’impazzata avvicinandosi oltremisura… poi zoooma all’indietro sino al “massimo grandangolo” possibile, e puntualmente “stacca”. Per fortuna nessun vero operatore video quando mi consegna il “girato” cerca di presentarmi nulla di simile, sennò…

admin Senza categoria

Un paio di suggerimenti forse utili

15 novembre 2010

La prima cosa, semplificare. Più complessa sarà stata la “scaletta” prevista per la giornata, più probabili statisticamente gli intoppi. Se per il vostro banchetto di nozze scegliete ad esempio un ristorante ottimo, ma da raggiungere con un percorso che utilizza – in ore di esodo domenicale, magari – varie decine di km di una delle consolari più trafficate, non lamentatevi poi se gli invitati arriveranno alla spicciolata in un modo tale, che inizierete a stare a tavola a un ora impossibile. E non sempre l’espediente del cocktail di benvenuto all’aperto basta a “pareggiare i ritardi” ed evitare disguidi, telefonate di persone che si son perse eccetera. Al fotografo che sta realizzando un servizio di matrimonio, non aver premura di precipitarsi al ristorante subito dopo la cerimonia fa certamente comodo: potrà dedicarsi agli sposi con più calma, condurli in una location piacevole e tranquilla in cui sbizzarrirsi nei migliori ritratti alla sposa (ed anche allo sposo, che li gradisce più di quanto darebbe a vedere)
Secondo aspetto, da non sottovalutare, la puntualità. Il ruolo di ogni professionista che collabori a far sì che la sposa sia… ancora più radiosa è naturalmente rispettabile ed essenziale, ma se i primi che si occupano di lei – truccatrice e parrucchiere/a – monopolizzano tutto il tempo disponibile, lasciando poi al fotografo delle “concitate briciole” di tempo prima di andare in chiesa dove l’officiante tiene d’occhio l’orologio già da un po’- magari un po’ più tardi è previsto nello stesso giorno un altro matrimonio – il risultato delle pose a casa della sposa sarà inevitabilmente più modesto, e lo stress per il fotografo davvero preoccupante. Un terzo e più… lungimirante consiglio per gli sposi, è di ripartire la spesa tenendo conto anche di cosa resterà di quel giorno, ad anni di distanza. Uno scenografico lancio di palloncini, o l’uso di una limousine “proprio esagerata, col muso lungo da qui a lì” saranno costati naturalmente molto, ma “quella” macchina a distanza di anni sarà stata utilizzata quasi ogni settimana da tantissime altre coppie, vent’anni dopo lo sposo forse avrà una sorpresa imbarazzante cercando di infilarsi di nuovo nei pantaloni che aveva indossato QUEL giorno, mentre il NOSTRO servizio di nozze è fatto per durare una vita.
Specie se stampato da un vero laboratorio professionale, che effettui davvero i test di controllo prima di ogni sessione di stampa, che utilizzi realmente carta professionale fresca e dalla taratura curata con occhio esperto. A buon intenditor…

admin Senza categoria

Il wedding planner… ma serve davvero?

11 novembre 2010

A leggere certe riviste femminili, sembra che una figura professionale che organizzi le nozze sia diventata irrinunciabile. Ma sarà davvero così? Cosa dovrebbe fare di così insostituibile questo signore, che in italiano suonerebbe un cacofonico “organizzatore di matrimonio”? Essere retribuito per dare i “giusti” consigli per fare in modo che tutto, nella giornata, si svolga alla perfezione. Ma.. a parte indirizzarci verso il SUOI ristoranti di fiducia (col quale magari avrà concordato un piccolo compenso percentuale in funzione del numero di banchetti di nozze che porta in un certo locale piuttosto che in uno scelto dagli sposi), a parte cercare parimenti di indirizzare le scelte relative alla truccatrice, al parrucchiere o al negozio di bomboniere – sempre dobbiamo sperare sulla base di verificata professionalità e qualità dei medesimi, però si sa come vanno le cose nel mondo reale… – cosa mai potrebbe suggerire di tanto originale? Forse, nulla che non sia alla portata del buon senso e dell’esperienza di una zia ancora in gamba e dotata di senso pratico…

Allora, lasciamoci consigliare da chi quell’esperienza l’avrà fatta prima di noi. Ma con un po’ di selettività: dobbiamo tenere a mente che, come ogni filosofo che descriva la sua visione del cosmo e della vita in fondo… sta narrando se stesso, allo stesso modo dobbiamo tener presente che ogni amica o parente tenderà a proiettare la propria visione del “giorno più bello” alla vostra situazione… tocca stare attenti.

Un’amica incorregibilmente “griffata” che da quando la conosciamo si è sempre vestita di Grandi Firme anche se magari con poco gusto e disassortita nei colori, potrà consigliarci un ristorante per il nostro banchetto di nozze accogliente, dall’ottima cucina e dal prezzo ragionevole in rapporto al servizio? Non è più probabile che consideri ideale un locale… che vive della fama già acquisita, ma in realtà ormai evitato accuratamente dai buongustai e meta predestinata di torpedoni di turisti americani?

Una (adorata) arzilla nonnina che si sposò nel 1947, appena finita la guerra, potrà dare qualche importanza al nostro dubbio su… celebrare le nozze nell’asimmetrica magia del soffitto a cassettoni di San Giorgio al Velabro piuttosto che nell’intima penombra di San Giovanni a Porta Latina? Non è facile che ci suggerisca di default la tristissima chiesa parrocchiale in cemento armato dietro casa, anni ‘50 con design tipo “silos da cereali”, solo perchè c’è Don Gino che dopo la confessione «la fa sentire tutta rigenerata»?

La morale: cerchiamo di farci consigliare per il meglio da qualcuno che, oltre ad essersi già sposato, in qualche modo ci somigli come persona. Non ce ne pentiremo.

admin Senza categoria

Di mani ne abbiamo due…

8 novembre 2010

Quando – specie al ritorno dalle vacanze – stampo centinaia di ricordi di viaggio e di gite – anche, ahimé, le foto scattate in viaggio di nozze, cui i neo sposi tengono sempre moltissimo – più spesso di quanto mi aspetterei mi imbatto in foto grossolanamente mosse. La cosa è sorprendente, se si considera che i sensori sono ormai molto sensibili, e che tantissime macchinette anche di costo contenuto sono già dotate di uno “stabilizzatore di immagine” che dovrebbe azzerare i piccoli inevitabili movimenti del corpo macchina. All’inizio mi chiedevo, un po’ scandalizzato, come potessero esserci in giro tanti…parkinsoniani senza saperlo.
La risposta mi è giunta osservando il comportamento degli invitati nelle feste di matrimonio, sia in chiesa che successivamente, dopo la cerimonia – mentre attorniano gli sposi sul sagrato della chiesa o al ristorante, due fra le location in cui scattano di più: tantissimi di loro, con le piccole maneggevoli compatte che si portan dietro, scattano tenendo l’apparecchietto… con una mano sola!
Molto spesso, nelle foto più festose e concitate – quelle dopo l’uscita dalla chiesa o dalla sala comunale – dei miei servizi matrimoniali, a ben vedere spunta da qualche parte un braccio teso con la compattina instabilmente tenuta da un lato…
E se tre dita debbono sostenere un apparecchio grande ormai poco più di un pacchetto di sigarette (ma spesso più sottile), per giunta senza coprire col pollice parte del display in cui osservano l’inquadratura, come non bastasse senza schiacciare inavvertitamente i tanti pulsantini di comando che sul lato destro lo quasi ricoprono… un dito serve per scattare… se non si è proprio una roccia,
il mosso è sempre in agguato, per non dire quasi inevitabile.
La soluzione è semplice quanto banale: tenere la macchinetta con due mani. Ne abbiamo due, usiamole! Ne guadagnerà anche l’inquadratura, visto che con un po’ di attenzione sarà più semplice evitare che… il mare “penda” da una parte, che teste e piedi di sposi ed invitati alle nozze siano un po’ tagliate, o che la facciata della chiesa sembri… pericolosamente instabile.

admin Senza categoria

Il colore e le compatte

2 novembre 2010

Quando acquistate una fotocamera digitale compatta, ormai sempre più spesso se leggete bene le istruzioni scoprirete che da menu si può selezionare più di una modalità di ripresa per quel che riguarda il colore: ormai pochi modelli non prevedono la possibilità di scegliere fra colori “naturali”, “standard” o “vividi” (con denominazioni variabili a seconda di marche e modelli). Utilizzate questa possibilità: in molti casi, vi permetterà di realizzare foto più belle. In una uggiosa giornata autunnale, ad esempio, impostare una resa dei colori più satura e vivace ci permetterà di recuperare “un po’ di colore” da soggetti che un cielo nuvoloso avrà spento non poco. Miracoli non se ne fanno, ma la differenza c’è, e saturare di più il colore non implicherà aumentare il contrasto, cosa che il vostro stampatore di fiducia (io) per quanto possibile cercherà di fare in modo acconcio.
Ma il consiglio vale anche al contrario: una impostazione cromatica più morbida sarà preferibile nel caso con la compattino vogliate cogliere dei ritratti delicati della vostra fidanzata o sposa. Una saturazione alta, in questo caso, renderebbe in modo troppo marcato il trucco, piccoli difetti della pelle ed anche le inevitabili imperfezioni nell’abbronzatura. Vale anche… quando siete invitati a gioiose feste nuziali, in cui mentre un professionista realizza con la cura che gli compete un “vero” servizio di matrimonio, voi avrete voglia di cogliere qualche momento della festa o dei saluti agli sposi fuori dalla chiesa da parte degli altri invitati con la vostra compattina.
Ci sono anche spesso molte impostazioni pre-confezionate: ritratto paesaggio, sport, foto notturne… tutte possibilità utilissime, ammesso che si abbia ogni volta il tempo di utilizzarle, che però ci fan capire meno cosa stiamo facendo e di certo non ci aiutano a “crescere” fotograficamente.
Mentre regolare l’esposizione di fino e la saturazione dei colori è abbastanza veloce da imparare, e presto se lo vorremo diverrà quasi istintivo. Provare per credere…

admin Senza categoria

Dove ci sposiamo?

25 novembre 2009

A costo di sembrare troppo banali, dobbiamo rimarcare anzitutto che la scelta preliminare è quella del matrimonio religioso o civile. Non è un fatto solo di intime convinzioni personali, o di osservanza di un precetto; anche dal punto di vista dello svolgersi della giornata – e del servizio fotografico – la differenza non è poca.

Diciamola tutta: con qualche rara e fortunata eccezione, le sedi che ci mettono a disposizione i Comuni, per quanto da tempo le amministrazioni cerchino di curare anche l’aspetto ambientale, sono ben poca cosa al confronto della bellezza e varietà artistica e architettonica delle chiese che ci offre anche solo la Città Eterna. E anche gli innumerevoli paesini dell’hinterland celano spesso nei loro centri storici dei piccoli grandi gioielli. Ciò non toglie che è certo più giusto e più “vero” farci ospitare dalla sede di una istituzione di cui condividiamo nell’intimo i principi e le aspirazioni.

Nel caso del Comune, la prima cosa da notare è che la cerimonia civile dura assai poco: fra preliminari, domande, fatidico “si”, firme dei testimoni, qualche volta (specie nei paesi fuori dall’Urbe) una sorta di breve… “omelia laica” piena di auguri e di buoni propositi da parte del sindaco o del suo aggiunto, tutto dura dieci minuti, al massimo un quarto d’ora. Il tempo “canonico”, ad esempio, a Roma è di venti minuti in tutto, compresa l’entrata e l’uscita di sposi, testimoni e invitati. Tre matrimoni in un ora. Se il fotografo ci sa fare, saprà oltre a documentare tutte le fasi della cerimonia anche realizzare qualche buon scatto d’ambiente. A Roma, le sedi “preposte” sono tre: la Sala Rossa in Campidoglio, sotto il porticato del Palazzo dei Conservatori, il complesso Vignola-Mattei in via Valle delle Camene, adiacente al viale delle Terme di Caracalla, ed una piccola ma raccolta sala a Villa Lais, non distante dalla Tuscolana. La scelta potrà dipendere da dove abitiamo, o dalla disponibilità nel periodo desiderato. Rammentiamo però che Villa Lais è veramente piccolissima – teniamone conto nel valutare il numero degli invitati – e che il complesso Vignola-Mattei creerà molti meno problemi di parcheggio ai parenti e agli ospiti rispetto al Campidoglio, sempre ambitissimo per la bellezza inarrivabile della piazza adiacente con la statua equestre di Marco Aurelio e per la fotogenicità del tessuto rosso della sala.

Anche per le chiese vanno fatte le stesse considerazioni: se S. Giorgio al Velabro, con la sua splendida struttura basilicale asimmetrica, o S. Pietro in Montorio (adiacente allo splendido Tempietto del Bramante), o S. Giovanni e Paolo al Celio, o S. Alessio all’Aventino, potranno accogliere anche gli invitati di una coppia… particolarmente disponibile e socievole, se ci innamoriamo delle chiese a pianta circolare teniamo presente che se S. Stefano Rotondo è spaziosa e capiente, in compenso Santa Costanza presso la Nomentana di spazio ne offre assai meno. Un sopralluogo fatto per tempo ci permetterà di evitare il giorno delle nozze situazioni imbarazzanti, soprattutto per gli invitati giunti in leggero ritardo.

Alcune chiese romane, in ogni caso, hanno un non so che che le rende più fotogeniche di altre: S. Giovanni a Porta Latina, Sant’Anselmo all’Aventino, Santa Cecilia in Trastevere, S. Francesca Romana ai Fori Imperiali, S. Marco a P.za Venezia, S. Maria in Aracoeli a fianco del Campidoglio, SS. Nereo e Achilleo a viale delle Terme di Caracalla, se il fotografo è all’altezza, si prestano per dei servizi con una atmosfera magica e suggestiva.

Fermo restando, che la disponibilità della sposa per dedicarsi esclusivamente al fotografo almeno per un’oretta prima di uscire di casa per recarsi incontro all’amato bene, e di ambedue gli sposi per “fuggire” col fotografo in una location adatta dopo la cerimonia – religiosa o civile che sia – per una serie di ritratti ambientati, resta un fattore determinante per un servizio fotografico completo e armonioso.

admin Senza categoria

Una… «rivoluzione» digitale?

21 novembre 2009

Una delle cose che più spesso mi sento dire parlando con non-colleghi, è che l’avvento delle fotocamere digitali avrebbe cambiato (sottinteso: in meglio) la vita ai professionisti della foto di matrimonio. Che siano cambiate molte cose, è evidente; che ciò costituisca sempre e comunque un miglioramento, mi sembra opinabile. Ci sono vantaggi e svantaggi: cercherò di rendere in qualche modo l’idea.

Uno dei vantaggi principali, è che non dovendosi portare pellicole (che nel formato 6×6 = 12 pose a rullo) si sono eliminati una serie di problemi di autonomia di scatti. Con le immortali Hasselblad, portavo con me sino a sei magazzini già carichi, pronti al primo fotogramma; finito un rullo, con un gesto quasi inconsapevole infilavo il volet di protezione, toglievo il magazzino, ne innestavo un altro e sfilavo il volet. Via altre 12 foto. E se l’ultimo scatto rischiava di capitarmi fra la prima e la seconda delle firme dei testimoni degli sposi, o ancora peggio a metà dello scambio delle fedi? Poco male: quando vedevo che il “momento clou” si avvicinava, cambiavo il magazzino lo stesso, mettendone uno con 12 pose sane di autonomia. Quello tolto, lo rimettevo dopo per finirlo con calma, in un momento meno concitato in cui non era esiziale evitare di inerrompersi. Poi, le foto andavano “sviluppate”, ossia l’immagine latente formatasi sul negativo andava trattata con dei chimici per rivelare tutte le più delicate sfumature di colore e i più fini dettagli. Uno sviluppo del negativo impeccabile (traduzione: attrézzati con una sviluppatrice professionale, studia e fattelo da solo) era alla base di stampe davvero all’altezza dei sogni di ogni sposa, con un incarnato naturale e delicato.

Con le reflex digitali, una scheda di memoria da svariati Gigabyte di capacità contiene molte più foto, ma non esime dal rischio che possa rompersi – la scheda più che la macchina – perciò anche in questo caso ne utilizzo due o tre. Anche il corpo macchina essendo elettronico va sdoppiato, tenendo pronto uno di riserva, di qualità d’immagine indistinguibile. E le reflex digitali, anche professionali, soffrono di una obsolescenza tecnica velocissima, che le rende superate in breve tempo, svalutandole in modo deprimente. Un’Hasselblad, una Asahi Pentax, una Rolleiflex ben tenuta invece… erano per la vita. Insomma: con l’analogico, si faceva un investimento durevole in attrezzatura, mentre col digitale è una sorta di leasing. «Però non devi comprare le pellicole!» Si, certo, dopo aver salvato su hard disk (più una copia in DVD per sicurezza) formatti la scheda ed è come nuova per un’altra volta… ma con le macchine che si svalutano minimo del 50% in due anni, sai che soddisfazione!

Si potrebbe dire: bé, quantomeno non devi sviluppare il negativo. Sbagliatissimo! Il “file” con tutte le informazioni registrate dal sensore, prodotto dalla macchina, si chiama non a caso RAW (=”grezzo“) perché deve essere letteralmente sviluppato con un software, “estraendone” con una procedura che richiede esperienza ed “occhio fotografico” e non è certo alla portata di ogni dilettante tutti i mezzi toni, i dettagli delle ombre, il massimo possibile delle sfumature delle alte luci (come una nuvola su cielo azzurro, o una facciata chiara illuminata dal sole) e persino la nitidezza, che si esalta con procedure specifiche.

Il cosiddetto fotoritocco digitale, che è a valle di tutto quanto detto, ha altri scopi: va dosato con equilibrio e moderazione per evitare di trasformare ogni sposa in una bambolotto di plastica, facendo però sparire con sapienza un filo di fard di troppo, un eccesso di ombretto retaggio di un truccatore “troppo entusiasta” o un pochino di “lucido” della… traspirazione cutanea di una fanciulla emozionata in un giorno così speciale. Ma di questo parleremo un’altra volta.

admin Senza categoria

…Ma perché me le stampo da solo?

20 novembre 2009

Qualche volta capita nel mio studio qualche collega che mi fa capire fra le righe che non porta a stampare da me i suoi servizi di matrimonio… perché è un tipo di lavoro che faccio anch’io, nemmeno potessi avere la tentazione di rubargli i «trucchi del mestiere». A parte il fatto che dopo oltre trent’anni di fotografia di cerimonia forse non son mi sento portato più di tanto a cercare di imitare lo stile degli altri, e che qualcosina di tecnica forse ho finito per acquisire anch’io, la ragione per cui sono un fotografo che è anche titolare di un laboratorio professionale di stampa è un altra. 

Alla fine degli anni ‘70, nell’apoteosi della pellicola, il mio problema principale era riuscire a garantire al cliente l’omogeneità della resa del colore e dell’esposizione rispetto a come l’avevo “vista” in sede di ripresa. Non che in se e per sé non ci fossero laboratori abbastanza seri e con personale ben preparato (i volumi di stampa erano enormemente maggiori di oggi, Roma pullulava di laboratori pccoli e grandi), per carità, ma davanti ai miei negativi era inevitabile che, a seconda del giorno della settimana, del turno eccetera  capitasse di volta in volta una persona diversa. Ed ogni operatore ha una sua maniera di vedere il colore, inevitabilmente soggettiva dal momento che quando stampa non si trova davanti, per confronto, il soggetto originale. A uno piacciono un po’ «fredde», un altro preferisce una leggera dominante calda che trova più romantica, uno è attratto da colori molto saturi e dalle ombre cupe e decise…

Ogni stampa, un servizio di matrimonio con un «taglio» diverso. Comprai il primo ingranditore da stampa a colori quasi per disperazione, e mi misi a stampare nei ritagli di tempo senza offrire ancora il risultato ai clienti, finché non avessi imparato a «filtrare» bene. Solo quando mi sentii pronto, vedendo mie stampe di una qualità che mi sembrava migliore di quella che mi garantivano i laboratori esterni, iniziai a fornire le mie stampe anche alla clientela, coppie di sposi in testa. Ma i 20×25 e i 24×30 (all’epoca di norma questi erano i formati che si usavano per i servizi di nozze) che montavo sugli album degli sposi erano finalmente… quelli che dicevo io.

Ricordo il soprannome che nell’ambiente dei laboratori aveva quella piccola macchina da stampa Durst, che lavorava in «sintesi additiva»: Calimero. Da allora ne ho cambiate altre tre, due Polielettronica e adesso di nuovo una grande Durst che mi permette di stampare su carta in banda larga 76 cm, potendo anche realizzare gigantografie in un solo pezzo sino a 76 cm per quattro metri. Ma la soddisfazione di vedere nei miei servizi di matrimonio dei grigi che siano davvero grigi, senza tracce di colori diversi (magenta, cyan, giallo, verde…), delle nuvole che siano bianche ma non “bucate”, delle ombre scure il giusto ma ben leggibili e ricche di dettagli, degli incarnati delle spose che non siano né lividi né cianotici né ridicolmente rubizzi… è restata la stessa di tanti anni fa.

Massimo

admin Senza categoria

Il nuovo Blog di Fotomania

1 ottobre 2009
Finalmente ci siamo anche noi, era da un po’ che avevo il desiderio di poter scambiare opinioni, pareri e consigli sull’affascinante mondo della Fotografia.

Si,  Fotografia con la F maiuscola, dedicata non solo a fissare nel tempo il giorno del matrimonio, un ruolo delicato e appassionante
che occupa la maggior parte del mio impegno giornaliero, ma anche per parlare dei aspetti legati allle più sofisticate tecniche di ripresa,
all’arte di un fotoritocco sapiente e impercettibile,

alla creatività nell’impaginazione dello scatto sia per ottenere una serie classica di singole stampe montate in album che un vero fotolibro,
al rigore del laboratorio che ho realizzato e aggiornato dal 1978 gestendolo in proprio,
per garantire ai miei clienti un completo e personalizzato controllo della qualità di immagine.

Sono pronto a ricevere le vostre osservazioni, i vostri suggerimenti e pareri, le vostre richieste di chiarimenti.

…E a proposito di matrimonio, nel fine settimana appena trascorso si è svolta l’anteprima di ROMA SPOSA, la grande kermesse dedicata alla fotografia di cerimonia.
Chi c’è stato di voi? Cosa ne pensate? Avete dei consigli per la prossima edizione?

VI ASPETTO NUMEROSI!!

Massimo Cocchi

admin Senza categoria